Covid 19: il nemico invisibile e il trauma dell’incertezza

La Resilienza nella Fase 3 per rimodulare gli schemi di comportamento


Covid 19: il nemico invisibile e il trauma dell’incertezza   
  

                                                                                  
di Vanna Alvaro


Sono passati più o meno sei mesi dalla dichiarazione di emergenza sanitaria Covid 19. Emergenza sanitaria che nella sua evoluzione è rapidamente diventata emergenza economica, sociale, psicologica.
La mia sensazione personale, oggi, è che in qualche modo almeno una fetta di questi sei mesi l’abbiamo persa. Come se il tempo in qualche modo fosse stato compresso, dopo essere stato dilatato. Come se lo spazio libero, o semilibero, di cui attualmente possiamo godere non sia davvero così libero dai ricordi e dal trauma dell’incertezza. L’emergenza non è di fatto finita, né fuori di noi né soprattutto dentro di noi. 
Siamo nel pieno percorso di un adattamento: io credo che la situazione di emergenza Covid, al pari di qualunque altra situazione di emergenza, ci abbia catapultati dalla zona di comfort alla zona di allarme senza toccare la zona di apprendimento, che è quella nella quale si può produrre un cambiamento ecologico per l’individuo.

Lo sappiamo tutti: il passaggio nella discomfort zone è sempre complicato  e quasi sempre non desiderato. Generalmente non effettuiamo nella nostra vita cambiamenti se non fortemente motivati da insoddisfazione o malessere. Il paradigma messo in atto ubbidisce spesso alla legge “mi allontano da” piuttosto che alla legge “vado verso”. Durante il lockdown e nelle successive fasi è stato l’istinto di protezione a muoverci verso l’accettazione di condizioni che di fatto hanno prodotto un trauma: paura, senso di impotenza, isolamento, ridefinizione di ritmi e spazi di lavoro, ad esempio. Amplificando tra l’altro tutti quegli stati psicologici già disfunzionali: ipocondria, depressione, ansia, disturbi ossessivo compulsivi, peggiorandone i sintomi e minimizzando le relative strategie di coping.

Per comprendere meglio i passaggi fondamentali del cambiamento traumatico messo in atto dall’emergenza Covid 19, immaginiamo  una serie di tre cerchi concentrici, tipo un bersaglio delle freccette:
Il nucleo del bersaglio rappresenta la nostra comfort zone. La conosciamo, lì dentro non abbiamo sorprese, non sempre ci stiamo benissimo,  ma di certo non lascia adito ad incertezze e paure dell’ignoto, quindi per certi versi continua ad essere confortevole.
Poi c’è la parte più esterna del bersaglio, l’ultimo cerchio. L’ultimo cerchio rappresenta la panic zone, anche detta alarm zone. In essa cadiamo quando gli eventi della nostra vita arrivano istantaneamente, senza preavviso, in maniera imprevedibile portando con sé una profonda ferita emotiva. Potremmo dire che è la zona del trauma. Certamente il Covid 19 ci ha catapultato in questa zona di confine.
Ma c’è ancora un segmento del bersaglio, il cerchio di mezzo. E’ questa la learning zone, la zona di apprendimento. Quella che ci consente di uscire dalla comfort zone senza subire un trauma profondo, generando al contrario un apprendimento, una riflessione, cambiamento o cambia-menti. Allora forse lo sforzo da compiere, a distanza di sei mesi e in una prospettiva di apparente ritrovata normalità, è quello di fare un passo indietro e recuperare per quanto possibile il controllo della situazione. Ma questa azione presuppone  un “pericolosissimo” guardarsi dentro per chiedersi: cosa è successo dentro di me?

Ci è stato chiesto di essere resilienti, di resistere, e oggi ci viene chiesto di rialzarci e di utilizzare il trauma subito come meccanismo evolutivo. Cosa significa praticamente?  In ambito psicologico con il termine “Resilienza” si indica la funzione psichica che ci permette di resistere in maniera funzionale ai traumi. Ma abbiamo guadato un fiume nel quale, come i salmoni che vanno controcorrente senza sapere quando arriveranno al mare,  tutte le nostre componenti: istintive, cognitive, affettive, sono state messe a dura prova. Siamo stati tutti chiamati sul piano profondo a fare i conti con un nemico invisibile, difficile da fronteggiare perché sconosciuto, nuovo,  traumatico.
Siamo stati chiamati a navigare a vista in spazi ristretti e in un tempo dilatato, esattamente il contrario di quello che è sempre successo nella nostra normalità. I nostri schemi routinari sono stati  sovvertiti, gli stati psicologici amplificati, la libertà limitata, l’ansia sul futuro è diventata crescente, i dubbi legittimi.

Senza dubbio l’attuale Fase 3, che vede un graduale ritorno alla normalità, impone un’attenzione alla guarigione dei traumi connessi alle fasi precedenti, prima di rivolgere la giusta attenzione ad una nuova rimodulazione di schemi di comportamento adeguati alla ripresa. 
Io sono convinta che esista una potente interazione tra i fattori di contesto sociale (crisi sanitaria, crisi socioeconomica) e i fattori psicologici individuali e collettivi (livelli di stress, strategie adattive, comportamenti) e che da questa interazione dipenderà la modalità con la quale ognuno di noi riuscirà ad adattarsi a una nuova realtà che certamente non potrà coincidere con la normalità precedente.  

Le possibilità di intervento in tale ambito sono numerose e particolarmente rivolte alla cura di aspetti specifici: il sostegno del benessere dei lavoratori, ad esempio, attraverso l’attivazione di pratiche di Mindfulness finalizzate all’attivazione di strategie di coping allo stress, spesso favorito dal pesante lavoro in smart working al quale da un giorno all’altro abbiamo dovuto abituarci, ma anche attività di supporto psicologico nelle aziende o nelle scuole, percorsi di coaching in outdoor per supportare le Imprese al recupero di una relazione dinamica tra i propri dipendenti a seguito dell’imposto distanziamento fisico, attività formative in house capaci di accompagnare un processo di cambiamento che coinvolga l’intera Organizzazione, punti sulla valorizzazione delle risorse umane, crei una cultura condivisa, accompagni la transizione verso un cambiamento valutato come positivo e non minaccioso.

Oggi non siamo in grado di valutare, se non in forma predittiva,  le conseguenze psicologiche e sociali che accompagneranno e determineranno la fine dell’emergenza. L’emergenza Covid 19 è sostanzialmente diversa da qualunque altra emergenza finora subita. E per questo molte Università italiane hanno attivato percorsi di ricerca, raccolta dati sotto  forma di survey online, per analizzare tali rischi. 
Sono oggetto di indagine le principali risposte individuali allo stress, la percezione del rischio, le emozioni attivate dall’emergenza, i comportamenti sociali.
I dati raccolti saranno analizzati per strutturare interventi di prevenzione secondaria ad-hoc, mirati a potenziare la capacità di adattamento e ridurre i sintomi psicologici derivati dall’esposizione allo stress.
Per adesso forse l’unica cosa possibile è cercare di rimanere in equilibrio dentro noi stessi, non esitando a chiedere aiuto quando crediamo di non riuscirci da soli.

 

Vanna Alvaro

 


Giovanna Alvaro, Psicologa Clinica iscritta all’Ordine degli Psicologi Regione Lazio e abilitata alla professione, certificata EuroPsy, specializzata in Programmazione Neuro Linguistica e mBIT International Coach (multiple Brain Integration Techniques).
E’ Progettista e Formatrice Senior qualificata ai sensi del D.Lgs. 81/08 in ambito Sicurezza.
In ambito formativo ricorre a metodologie di intervento mutuate dall’ambito psicodinamico per favorire un cambiamento individuale ed organizzativo in contesti complessi.
Owner e Direttore Area Formazione e Sviluppo Organizzativo di T.R.En.D Solution Srl.
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